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«Marcello?
È uno che suona le percussioni da una vita e in tutte
le maniere. Anni fa fece una festa di compleanno in un club
di Roma e invitò cinquanta percussionisti. Aveva
sul pavimento centocinquanta oggetti per produrre suoni:
dai tamburi ai campanacci, perfino un pezzo di rotaia. Tutti
suonavano tutto ed era molto divertente, un modo per dire
che il ritmo c’è in qualsiasi oggetto. Ecco:
questo è Marcello Vento». Fabrizio Zampa, giornalista
ed entertainer, anch’egli batterista oltre che trombettista
nei Flippers, il gruppo che accompagnava Edoardo Vianello
dal vivo negli anni Sessanta e nel quale esordì lo
sconosciuto chitarrista Lucio Dalla, ha una lunga consuetudine
con lo storico ricercatore di percussioni del Canzoniere
del Lazio.
Cominciamo
con un aneddoto.
Ce ne sarebbero un’infinità. Ne ricordo uno
che mi entusiasma ancora oggi se ci penso. Marcello anni
fa faceva uno spettacolo insieme a un mimo, che era anche
un ballerino acrobata, andandosene in giro per le strade
di Roma. Ogni tanto si fermavano in un posto: Marcello percuoteva
le diavolerie che si era portato dietro e il ballerino faceva
le sue acrobazie. Durava più di un’ora ed era
un modo molto giusto per considerare le mille possibilità
del ritmo, che è sempre un inguaggio. Marcello è
particolarmente abile a dare un senso umano a tutto quello
che
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fa.
Lui ci mette l’anima in ciò che suona, e questa attitudine
lo rende diverso da tutti quelli che con la batteria, le percussioni,
ci tengono a far vedere soprattutto quanto sono bravi, quanti
colpi riescono a fare in poco tempo.
Cosa
ne pensi del suo lavoro con Jenny Sorrenti?
È un bel lavoro. Jenny è una persona che si diverte
a fare delle cose nuove, e Marcello si trova bene nel suo
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discorso
musicale. Quello di Jenny è un progressive dei giorni
nostri: l’ho trovato molto interessante.
Come
definiresti la personalità musicale di Marcello?
Lui è sempre stato un indipendente che si è
legato per il suo divertimento, il suo piacere, alle cose
più strane del mondo. Una volta fece una band con
Gabinda Birè, uno del Burkina Faso, e con altri percussionisti.
È uno sperimentatore nato: lui e il mimo acrobata
erano una cosa meravigliosa. Ha poi dimostrato di essere
aperto a ogni esperienza musicale, e chi è disposto
a suonare tutto con tutti è sempre uno più
ricco degli altri, soprattutto in un paese come il nostro
dove musicalmente ognuno si fa gli affari suoi. Marcello
è uno che sa valorizzare le piccole cose, basti pensare
agli strumenti che si costruisce. Ed è nelle piccole
cose che trovi la genialità d’una persona.
Il
Canzoniere del Lazio, nella seconda fase con Marcello, e
poi Carnascialia, sono stati un’esperienza musicale
particolarmente importante per le contaminazioni che avrebbero
poi caratterizzato gli anni Ottanta e Novanta. Guarda,
proprio con Marcello io ho un’avventura che vivemmo
in Africa. Nel 1976 il Canzoniere partì per un giro
di concerti. Erano, mi pare, degli scambi culturali |
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| organizzati
dal Ministero degli Esteri. Andammo in Somalia, in Tanzania, in
Mozambico, in Zambia. Fu un tour bellissimo con una decina di concerti.
Ricordo in Somalia, a Dar El Salaam, suonammo all’università
con gli studenti. Ai concerti spesso si aggiungevano musicisti locali,
e veniva fuori questa sorta di fusion mediterranea assolutamente
incredibile. Quando arrivammo in Mozambico aveva preso il potere
il Frelimo, un movimento d’ispirazione marxista leninista.
Si fece questo concerto al teatro nazionale della capitale e il
presidente era convinto che l’Italia fosse un paese di estremza
sinistra come la Cina, mentre noi cercavamo di fargli capire che
non era così. Fummo però accolti come eroi d’un
paese … marxista. In un posto chiamato Inhanbane suonammo
a mezzogiorno in mezzo a una foresta sterminata dove era stato abbattuto
un ettaro per ricavare lo spazio per il concerto. Il palcoscenico
era fatto da tronchi e foglie di palma, e ne venne fuori una jam
session formidabile. In un’altra occasione si combinò
un incontro con un gruppo di musicisti locali che suonava uno strumento
a percussione chiamato tindila, una specie di marimba.
Ne esistono di formati diversi a seconda dei suoni che producono.
È fatto d’una tavola di legno con sotto una zucca tagliata
in alto. Nella zucca ci buttavano una |
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di ragni e aspettavano che tessessero una membrana per chiudere
l’imboccatura con della resina. Alle tre del pomeriggio,
davanti al mare, ci fu un concerto con trenta suonatori di
tindilas che cominciarono tutti insieme. Fu una specie
di magia, come un’orchestra che si accorda. Andarono
avanti per una mezz’ora e tutti noi cercavamo di capire
come facessero a seguire la musica a memoria, anche perché
venivano da villaggi diversi. Dopo di loro suonò il
Canzoniere, poi tutti insieme. Secondo me la world music
è iniziata lì. |
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Cosa
dire del Canzoniere del Lazio e poi di Carnascialia?
Il Canzoniere era un gruppo che cercava un suo respiro internazionale.
Partiva dal principio che la musica che nasce nel tuo paese ha mille
punti di contatto con il resto del mondo, e questa apertura mentale
è molto importante se vuoi fare della musica vera. La musica
funziona quando è un grande miscuglio, quando non ci sono
barriere culturali che la blocchino. Il Canzoniere è stato
uno dei pochi gruppi che hanno saputo dire qualcosa di nuovo, e
Carnascia ha mantenuto le stesse caratteristiche.
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