<%@LANGUAGE="VBSCRIPT"%> Jenny Sorrenti
 
Cercando le musiche delle terre e del mare di Anna Cepollaro
 
L’avventura artistica di Jenny Sorrenti inizia nel 1972 con i Saint Just: Jenny Sorrenti (voce), Toni Verde (chitarra, basso, voce), Robert Fix (sax). Per la Emi, il gruppo incide Saint Just nel ’73 con Mario D’Amora (piano, organo celesta, campane, campanelli, tastiere), Antonio Esposito (batteria, percussioni, marimba), Gianni Guarracino (chitarra) ed il fratello di Jenny, Alan (armonia vocale). Le immagini sono del fotografo e art director Umberto Telesco. Permeato dal fascino della giovane cantautrice, questo primo rivoluzionario disco apre la strada al movimento underground e si affianca poi a quel movimento pop che, senza mai rinunciare alla comunicazione diretta, rianima e riscatta sonorità accreditate alla musica classica, al jazz e al folk.
«Eravamo adolescenti. Volevamo cambiare il mondo ed esprimere qualcosa di veramente nuovo. Abbiamo usato il linguaggio musicale e letterario per farlo. Le nostre letture, oltre Hermann Hesse, Blake, Verlaine, erano i poeti della beat generation. Abbiamo dato vita a una Napoli più londinese, con Positano e la west coast a pochi passi, tutto questo senza creare una frattura con la Napoli popolare di Roberto De Simone o il teatro di De Filippo ma delineando insieme il sincretismo di una nuova armonia. Il primo disco, e in generale tutta l’esperienza Saint Just, riflette questa rivoluzione culturale e musicale dei seventies in cui confluiscono free jazz, rock progressive, teatro, musica popolare, antica e west coast». L’anno successivo, ancora per la Emi, esce un altro disco carico di forza
innovativa: La casa del lago, senza Robert Fix, con Tito Rinesi (chitarra, voce , maracas, armonica, autoarpa), Andrea Faccenda (chitarra, piano, organo, armonica), Fulvio Maras (batteria e percussioni), per gli arrangiamenti di Vince Tempera. Jenny esordisce presto con due album da solista: Suspiro e Jenny Sorrenti. Il primo lavoro rappresenta un momento di riflessione e di crescita dopo lo scioglimento dei Saint Just. La cantante sente l’esigenza di continuare da sola la sua avventura nel mondo musicale e, come se fosse un affascinante e difficile percorso esistenziale, compone quest’album che esce nel ’75 e che segna l’inizio di uno stile musicale celtico mediterraneo: con la sua strana commistionedi folk, musica classica e progressive si lega a radici profonde. Momenti magici, semplici notazioni, stati d’animo vissuti con straordinaria femminilità e comunicati attraverso una voce che diventa strumento dell’anima, una voce duttile e malleabile ma volutamente chiaroscurale, ritrosa, testimone di un profondo passato.
Ricca di preziose collaborazioni è la sua carriera solistica. Alle chitarre Pino Daniele, Lucio Fabbri al violino, e Peter Kaukonen al mandolino.
Successivamente, incontra Gaio Chiocchio, il chitarrista dei Pierrot Lunaire (gruppo progressive degli anni Settanta) e Lilli Greco (direttore artistico di Paolo Conte e Avion Travel) e con loro registra Jenny Sorrenti (Rca, 1979), un disco semplice in cui sono contenute canzoni come Fiore selvaggio e Lampo (cantata insieme a Francesco De Gregori) divenute popolari presso il pubblico giovanile. Nel 1980, partecipa al disco del Perigeo Special, Alice (Rca, 1980, doppio), in cui canta la canzone Confusione gran confusione (Monti-Tommaso), insieme a Lucio Dalla, Nino Buonocore, Maria Monti, Ivan Cattaneo, Rino Gaetano, Anna Oxa, Giovanni Tommaso.
Ma negli anni successivi Jenny decide di esplorare diversi linguaggi artistici allontanandosi dalla scena musicale italiana e nei frequenti viaggi in Inghilterra, in Irlanda, in Galizia, in Spagna il suo talento attinge a esperienze utili poi alla composizione di musiche per il teatro e performances (Il regno del vento, Cauali apparizioni, Galena blanca) che lei definisce «movie-music-art-frame, cioè quadretti di musica in movimento tra ciò che è e ciò che è stato, viaggio nella memoria che è solo un sogno e in un futuro che deve ancora venire». Nuova sperimentazione in cui immagini e musica si fondono per creare un regno celtico mediterraneo a cui Jenny darà poi vita telematica insieme a Umberto Telesco: il portale
www.celticanapoletana.it,
un’esposizione completa del genere celtico napoletano (e non solo) che sta riscuotendo ampi consensi in tutto il mondo. Storia, immagini, brani musicali, antichi e contemporanei, links, associazioni, scuole, gruppi e festival di tutto il pianeta e anche le classifiche di artisti e songwriters stilate in base ai voti dei navigatori in rete. Questa fusione fra melodia napoletana e mondo celtico è stata approfondita dallo studioso lituano Jurgis Baltrusaitis, che in cinquant’anni di lavoro ha composto un quadro degli intrecci che saldano la cultura occidentale, la simbologia orientale e un ampio arco di elementi esoterici.
Persino il gruppo marocchino Gnaou ha sposato l’etnia magrebina alla tradizione dell’isola di smeraldo interpretando la danza delle spade (danza centica anticamente diffusa in Spagna, Germania, Scozia, Balcani, dove i danzatori formano delle figure danzando in cerchi concentrici, spirali e volte formate con le spade. La danza delle spade e la tarantella hanno in comune il fatto che i danzatori cadono in trance, simulando col corpo antichi gesti). Che vi fossero punti di contatto fra talune manifestazioni popolari del nostro Sud e antiche danze guerresche, lo si sa: basti pensare alle danze delle spade di origine celtica e ai balli dei bastoni siciliani.
Per la musica di Jenny Sorrenti non si tratta di contaminazioni, piuttosto di ispirazione creativa e continua ricerca. Infatti, dopo una pausa più che ventennale, l’artista esce nel 2001 con Medieval zone, il cd registrato nella comune al Petraio (Napoli): testi in latino, inglese, italiano, lingua d’oÏl, alcuni con una storia lontanissima, convivono in queste schegge, trasmettendoci la differenza di ciò che ci divide e la forza di ciò che ci accomuna. In un certo senso per lei, nell’album Medieval zone, è stato come applicare la metodologia dialettale insita in Creuza de mä (De André), ad esempio, e sottoporla ai retaggi delle varie lingue d’Europa.
L’operazione che Jenny Sorrenti porta avanti insieme ad Umberto Telesco, attraverso la cultura celtica, è quella del recupero di un tipo di melodia propria di Napoli e che a Napoli ha tante volte tentato di rinascere, non sempre con successo. Ciò che Celtica Napoletana vuole rivalutare sono i canti del mare, gli incontri con i popoli del Nord che si sono persi nel tempo a favore dell’ardente passionalità riversata nel canto. La melodia, infine, al di là del ritmo. Così, legando la melodia nordica alla ritmica, ai bassi, al calore meridionale, asi crea un effetto che sentiamo subito nostro.
Figlia di madre gallese e padre napoletano (la zia era Ria Rosa, famosa cantante napoletana degli anni Trenta), riesce a miscelare con raro talento e creatività la tradizione musicale celtica e quella napoletana.
«Per me la musica che incontro fra culture diverse e identificazione delle proprie radici, è una zona privilegiata in cui confluiscono senza soluzioni lingue, emozioni, colore di capelli, tradizioni e canti diversi. E un’unica voce, un unico mare, lo stesso che bagna Napoli.
Anche quando diventa oceano, come per la Galizia o l’Irlanda del sud, lascia un senso di appartenenza. La gente che vive a stretto contatto con il mare ha qualcosa in comune, un certo ritmo interiore, una passionalità poetica, un certo modo di sapersi fermare a guardare le cose: un’anziana donnina irlandese un giorno confessò che il mare è l’unico elemento che ci tiene uniti, legandoci indissolubilmente da distanze profonde. Cercare, conoscere, approfondire, avvicinarsi con l’anima e ritrovare una coscienza, una maturità: questo è stato ed è il mio percorso».
Come sempre è stato per le influenze tra il colto e il popolare, l’alto si lega al basso e, qui, il Nord si lega al Sud, supeando i confini e riuscendo, ancora una volta, a fare della nostra musica una musica che appartiene a Napoli ma che è capace di comunicare con il mondo intero.
 
Da Enciclopedia del pop rock napoletano di Renato Marengo e Michel Pergolani,
collaborazione di Mario De Felicis, Rai Eri, 2003
 
ANNA CEPOLLARO, napoletana, etnomusicologa, collabora come critico musicale con il Radiocorriere Tv, Suono Sud e altre riviste musicali, e come conduttrice per Radio 3 Rai. È docente di tecniche dell’ascolto presso la Cattedra sperimentale di musicoterapia del Conservatorio di Foggia e socio fondatore dell’Isbe (Istituto delle scienze bioenergetiche), dove svolge la sua attività di bio musicologa.