<%@LANGUAGE="VBSCRIPT"%> Jenny Sorrenti - 1972-74
 
«Avevo sedici anni quando ho incominciato a fare musica. Suonavamo a Napoli, sulla collina del Vomero. C’erano tanti ragazzi che suonavano nei garage, o nei piccoli locali dove era possibile farlo. Era musica nuova, diversa da quella che si ascoltava per radio. Prendevamo spunto dai dischi che arrivavano dall’Inghilterra e dall’America, e che spesso giungevano a Napoli grazie a Umberto Telesco, che viveva a Londra e li spediva ai
suoi amici. Fummo i primi a ribellarci alla musica commerciale di quel periodo e a fare una musica nostra. Mia madre, Gwendalin Thomas, era di Aberystwyth, un paesino del Galles. Faceva parte d’un coro che cantava motivi della tradizione celtica. Mio padre, Francesco Sorrenti, era un pittore e un cantante napoletano. In tempo di guerra, durante la sua prigionia in Tunisia, cantava per i soldati inglesi. Lì conobbe Gwen, ausiliaria dell’esercito britannico. La mia infanzia si è svolta tra Napoli, dove sono nata insieme a mio fratello Alan, e Aberystwyth, dove mia madre si recava tutte le volte che poteva. Ricordo che il mio unico divertimento nella casa silenziosa
era lei che suonava l’organo cantando canzoni celtiche delle quali dimenticava le parole. È nata così la mia identificazione in quel folk che alla fine degli anni Sessanta, con gruppi come i Fairport Convention, o i Pentangle, avrebbe caratterizzato la cosiddetta rinascenza celtica di quel periodo. Mi appassionava il canto di Sandy Denny, la cantante dei Fairport: è stata lei il mio riferimento quando ho incominciato a cantare. Dovetti aspettare di compiere diciotto anni per firmare il primo contratto discografico per l’album d’esordio dei Saint Just. Quando fu pubblicato, un giornalista insistette a scrivere che ero nata in Galles. Non mi preoccupai troppo di puntualizzare: per me è sempre stato naturale unire il folk angloceltico a quello mediterraneo, valorizzando anche una certa melodia che appartiene alla canzone tradizionale napoletana. I Saint Just erano un gruppo d’avanguardia che non rompeva con la tradizione, ma la rielaborava in forme nuove».
 
Jenny nasce come cantante e autrice dei suoi testi, insieme al fratello Alan. La stampa dell’epoca li mette quasi sempre insieme, creando confusione, ambiguità, creando un problema di nome (lo stesso problema dei fratelli Bennato) che tale resterà. In realtà Jenny è, quasi certamente, la prima cantautrice dell’epoca.
Nel 1972, insieme a Toni Verde (anche coautore) e Robert Fix, forma i Saint Just. Il nome del gruppo (…) viene preso da un personaggio della Rivoluzione francese. Il primo 33 giri (1973) si chiamerà
Saint Just e vi partecipano Toni Verde (basso, contrabbasso, voce), Bob Fix (sax), Mario D’Amora (piano, organo, tastiere), Toni Esposito (batteria, percussioni, marimba), Gianni Guarracino (chitarra) e suo fratello Alan. La copertina è
di Umberto Telesco.
Jenny, del resto come il fratello, è poco napoletana. Anche nell’aspetto, che ricorda quello delle donne hippy americane, quelle di Woodstock … In copertina Umberto coglie il senso con una foto
fin de siècle, ambigua, estetizzante, da contrappunto a quel Saint Just dei tempi di Robespierre. Ha una voce spirituale Jenny. Canta, suona e compone. Un personaggio moderno alla Carole King.

Da Song ‘e Napule di Renato Marengo e Michel Pergolani, Rai Eri, 1998

 
«Con i Saint Just ricordo con entusiasmo un concerto al Teatro Mediterraneo, alla Mostra d’Oltremare, appena dopo l’uscita del disco. I concerti dei Saint Just non avvenivano solo nei locali e nei teatri, ma anche in luoghi particolari. Ce ne fu uno al manicomio di Trieste, nel periodo della riforma Basaglia, dove suonammo per i degenti. In quegli anni era molto importante suonare per le cause, alle quali si aderiva con senso di militanza. Ricordo diverse iniziative per il Partito Radicale ai tempi del referendum sul divorzio. Una volta, a Roma,
contribuimmo … sbucciando delle patate! Per comporre le canzoni del secondo disco, la Emi affittò una casa sul lago di Bracciano. Divenne ben presto una comune dove si fermavano musicisti di varia nazionalità, oltre ad amici come Toni Esposito. Mi ricordo due violinisti, un inglese e un polacco, e un sassofonista di nome Chris. Quella casa, che diede il titolo al disco, è la stessa che si vede nella copertina, che fece Umberto. C’era una grande stanza con un camino, anche quella raffigurata nella copertina, dove ci ritrovavamo tutti per provare. Nella casa del lago componemmo però solo alcune canzoni. La gran parte del lavoro avvenne negli studi di registrazione della Emi».